La crociera di EUFORIA (12 - 23 set. 03)

(Ovvero “Col mare in c… , anche le roulotte surfano)

Gli antefatti

Dopo qualche anno di tiritera, finalmente il 2003 sembra l’anno buono. Francesco, l’armatore di un Beneteau 311, un misto tra gommone e roulotte con 2 velette, che non arriva ai 10 mt., si è messo in pensione ed ha tempo per mettersi in viaggio. Per la verità prevedeva di partire a giugno, poi a luglio, poi a settembre e così, meno male, è stato.

 

Per l’equipaggio, la scelta è necessariamente caduta su Aldo, Luciano e Giorgio, non perché quest’ultimi abbiano chissà quali straordinarie qualità, ma perché tutti gli altri lo hanno mandato a pascolare.

 

Con qualche precisazione, però. Luciano imbarcherà da Livorno, dove arriverà col traghetto dal suo ritiro tipo Garibaldi, con la fissa di passare per la Sardegna tornando indietro. In questo modo risparmierà i soldi del viaggio di ritorno. Giorgio imbarcherà dopo, quando e come non lo sa. Ha a che fare con Giapponesi ed Inglesi per una buona settimana. In realtà non verrà mai, ma in compenso si interesserà di noi amorevolmente, via cellulare, ogni giorno.

 

Francesco e Aldo preparano la barca una settimana prima, imbarcano i viveri secchi per una cinquantina di persone (non si sa mai) più una forte dose di lambrusco, la metà del quale risulterà poi di quello dolce, comprato per errore (Francesco non legge mai, figurarsi le etichette, anche perché è cecato e non trova mai gli occhiali. Anche se trova gli occhiali non ci vede perché si è appena dato le gocce contro le allergie che gravitano nel Mar Ligure, e quindi tra lacrime e gocce la lettura diventa cosa dura).

 

Vengono scelte anche le vele più idonee al viaggio, che sono poi le uniche già montate.

 

Un ultimo casino che riguarda problematiche di Francesco con l’INPS viene infine superato, un controllino ai viveri freschi, il pane si, il pane no (tanto Francesco mangia cracker, Aldo mangia quello che c’è e Luciano mangia solo pasta al pomodoro), e via, si parte …

Ven. 12 set. Bocca di Magra – Livorno

Alle 12 siamo pronti, ma si fa vivo Riccardo, che è lì e non sa come passare il tempo. Riccardo ovviamente vuole mangiare (Riccardo mangia sempre) e così mettiamo in tavola due acciughe, si fa per dire, il pane fresco, il vino non dolce e facciamo festa già prima di partire.

 

Vengono evocati scenari tremendi, con onde mostruose e si pone quindi l’esigenza delle cinture di sicurezza. La roulotte non è immatricolata e non ce l’ha. Inoltre mancano  le life-line (ndr. specie di corde che vengono stese in coperta, a cui agganciare le cinture) ed un po’ di carte nautiche. Riccardo, ammorbidito dal pranzetto, ci presta cinture e carte. Per le life-line faremo senza, tanto che ci andiamo a fare a prua!?

 

Alle 14 siamo finalmente in cammino ed issiamo la randa. Francesco freme perché teme di arrivare in ritardo a Livorno ed appare poco convinto del fatto che tanto dormiremo in porto, ed anche se arriviamo più tardi, Luciano può aspettare tranquillamente in banchina oppure in un bar oppure in un ristorante. Francesco è fatto così. Non ha paura delle burrasche, ma si agita per tutto ciò che può cambiare i film che si fa nella testa (vedasi poi Ventotene e Civitavecchia).

 

In realtà, prima solo a vela con un bel maestro (non è quello di scuola), poi anche col motore, alle 20 siamo in porto, ormeggiati ad una banchina galleggiante, in piena risacchetta livornese, che già preoccupa Francesco, convinto che non riuscirà a dormire.

 

Aldo prepara spaghettini alle vongole veraci, molte vongole e poca pasta, perché Francesco mangia la pasta solo di giorno, e pesce spada in padella, in modo che Luciano, venendo poi in barca, rimanga contento dell’odore. Gli spaghetti vanno spezzati. Pazienza.

 

Alle 21 arriva il traghetto, che naturalmente, per la legge di Murphy, ormeggia dalla parte opposta del porto, in una zona separata da un canale, con ponti girevoli aperti e anchilosati fino al mattino dopo. Aldo, che è più intelligente, propone che Luciano venga con un taxi, ma Francesco vuole camminare (Francesco deve sempre camminare un pochino, la mattina per facilitare la popò, dopo il cappuccino, lo yogurt, le susine etc., la sera per digerire). Non resta che incamminarsi ed incontriamo Luciano a metà strada, con un borsone che pesa un quintale ed un sacchetto che pesa mezzo chilo. Francesco prende il mezzo chilo perché il mal di schiena è sempre imminente e non si sa mai, Aldo il quintale, tanto somiglia ad un extra-comunitario. I due cari “amici” decidono che per il gelato non va bene un bar del porto, lungo la strada, ma che è importante andare in via Grande, praticamente in centro, alla gelateria più lontana (li fa così buoni!). Naturalmente Aldo, che si è appena cambiato per uscire,  si sporca tutto di gelato, che cola da ogni parte, come i bambini.

 

Finalmente a nanna, da poveri vecchietti mosci, con le immagini di tante femmine, con i serbatoi pieni a tappo, negli occhi.

Sab. 13 set. Livorno – Cavo (Elba NE)

Partenza comoda, dopo la colazione al bar, il giornale, compriamo la bombola di riserva perché una è finita? Si, no, rimandiamo.

 

Aldo inizia a mantenere un log della situazione di Francesco, preparando una tabellina con varie voci, se la pipì ha un bel colore giallo paglierino, se ha dormito bene o no, se ha mangiato troppo pepe o troppo condito, se gli occhi bruciano, etc. Diciamo subito che mediamente è andato tutto bene, eccetto 2 giorni con un bruciore accentuato nel di dietro, altri 2 con la pipì non così chiara e la mattina del 21, quando Francesco dichiara che l’ugola si è allungata. Aldo e Luciano sono d’accordo sul fatto che se rimarrà zitto per qualche tempo, sicuramente l’ugola tornerà normale. Anche perché siamo tutti sordi a vari livelli, se c’è vento bisogna urlare ancora di più, se non c’è vento c’è il motore e bisogna urlare ancora di più. Le soavi voci di Aldo e Luciano, specialmente, spiccano nei silenzi ovattati degli oceani e dei porticcioli.

 

Giornata splendida, praticamente senza vento. Si decide di fare sosta sotto il faro delle secche di Vada. Bagnetto per tutti e foto ricordo, con Aldo e Francesco in piedi, fantozzianamente contro sole, sulla gettata in cemento della base del faro.

 

Occorre aprire subito una parentesi. Luciano si è portato dietro, malauguratamente, una macchinetta di quelle moderne elettroniche, che fanno tutto tranne il caffè, l’unica cosa che invece interessa Aldo. Scoperta la cosa, Francesco ce lo farà a fettine per tutto il viaggio, poiché vuole essere immortalato con qualsiasi sfondo gli capiti a tiro, di solito, ovviamente, contro sole, oppure con il viso coperto da berretto, occhiali e tendalino antisole, perché il sole fa male alla pelle. Deve rendere sicura testimonianza che non ci siamo nascosti dietro la diga della Spezia per tutto il tempo.

 

Facciamo un pranzettino a base di pasta, prosciutto, insalata, pomodori, frutta e vino. Completo insomma. Perché la sera è meglio stare leggeri e mangiare solo una minestrina. Naturalmente, manco a dirlo, tutte le cene si sono trasformate poi in pranzettini serali, per lo più ai ristoranti.

 

Arriviamo a Cavo verso le 19, ormeggiamo sull’angolo del primo pontile galleggiante che ci guarda, entrando, e via al ristorante (per l’appunto). Luciano mangia cose di terra, Aldo e Francesco oratina e spigoletta, pulite prima da Aldo per via del problema degli occhiali, che sono sempre da qualche altra parte. Poi due chiacchiere con amici occasionali di Luciano. Poi a nanna. E’ in arrivo vento forte da NE, per 2 giorni circa,  e dovremo bolinare.

 

Il vento arriva si, ma alle 3 del mattino. Non aspetta la colazione. Ci svegliano un po’ di casino sul pontile e dei colpi sulla barca. Andiamo fuori e vediamo che una bella barca seria, sui 12 mt., è entrata e cercando di ormeggiarsi in qualche modo, è andata in secca, a pochi metri dalla nostra prua. La barca era alla fonda, l’ancora non aveva tenuto e così lo skipper, visibilmente nel pallone, anziché girare la punta verso Porto Ferraio oppure traversare il Canale di Piombino (circa 6 mg.) e andare all’ancora sottovento, ha fatto la cosa più pericolosa, entrare a Cavo, che è molto piccolo e con fondale scarso, di notte, in pieni 25 nodi.

 

Tutto il vicinato si prodiga e finalmente ormeggia per bene la barca. Francesco vorrebbe andare subito da quel signore e convincerlo che è meglio vendere la barca e comprare una casetta in collina, così spera di fare un affare. Lo convinciamo a tornare a dormire.

Dom. 14 set. Cavo – Cala Galera (Argentario Sud)

Il vento ormai c’è, quindi colazione comoda, passeggiatina e cerimonia del WC, vado io, vai tu, l’hai fatta, com’era, e tutto ciò che ne consegue.

 

Non ci fanno pagare la sosta per insondabili motivi. Pare che siamo risultati simpatici. Vattela a pesca.

 

Stiamo attenti a non finire in secca anche noi, appena mollato il corpo morto (le roulotte pescano poco, comunque), e via.

 

Sole e vento. Agli inizi il vento si mantiene sui 18, anche meno, ma poi rinforza e l’apparente arriva ai 25, talora raffica fino a 30, 32 nodi. Dirigiamo verso l’Argentario, di bolina e poi man mano, nel pomeriggio, fino al traverso.

 

Aldo prepara da mangiare. Uova strapazzate con pancetta, pane abbrustolito, qualche sbandata di troppo come contorno, foto di Francesco della serie Capo Horn (ti pareva).

 

All’arrivo rinunciamo al più carino Porto Ercole (troppa risacca) a favore di Cala Galera (piatto, ma abbastanza morto). Chiediamo via radio un posto di ormeggio per una notte e assistenza col gommone, per fare gli spiritosi. Quando ci presentiamo dentro, un gommone grosso come Euforia arriva di corsa e ci chiede dov’è la barca (spiritoso anche lui!). Non abbiamo più chiesto assistenza.

 

Mangiamo una minestrina e qualche altra cosa in barca. E’ tutto chiuso. Comunque siamo felici perché Francesco è felice, e non ci spaccherà i marroni col problema della risacca, dei parabordi che spernacchiano etc. Insomma, niente male.

Lun. 15 set. Cala Galera – Riva di Traiano

Poco da vedere, niente da comprare, colazione e via, alle 8 e 30.

 

Il Grecale persiste, come previsto, sui 20 nodi, e arriviamo alle 14. Un batter d’occhio.

 

Francesco non sa che fare e quindi, con barca sbandata e mare, decide di passare l’aspirapolvere, dopo che abbiamo mangiato. Insegue sempre Aldo, con l’aspirapolvere, perché Aldo si spulcia continuamente mani e piedi, ed ovviamente qualche pellicina e briciole varie rimangono in giro. Roba da ricovero. Ridiamo tutti fino alle lacrime.

 

All’arrivo non chiediamo assistenza. In compenso ci chiedono dove siamo. Infatti la torre di controllo di Riva di Traiano è molto alta, su tra le nuvole, e abbiamo dovuto spiegare che eravamo quella cosa che stava sotto di loro.

 

Francesco non è molto contento perché anche questo marina è praticamente morto, di Lunedì, a stagione praticamente finita. Dice che sono meglio i porticcioli pittoreschi (il lettore si ricordi di questo concetto).

 

Comunque impiega il resto del pomeriggio a pulire e lavare coscienziosamente la barca. Siccome vicino a noi ci sono due belle ragazze che stanno lustrando una bella barca, una moretta romana ed una flessuosa bionda rumena, e siccome non abbiamo le misure giuste per gli attacchi della corrente e dell’acqua, ne approfitta per fare due chiacchiere e farsi prestare tutto l’occorrente. Ad un certo punto Aldo e Luciano credono di avere le allucinazioni. Francesco viene dentro e pulisce accuratamente uno dei due oblò fissi (tipo belvedere sott’acqua), poi zompa fuori e pulisce l’esterno del vetro, tutto allungato fuori bordo per arrivarci, poi torna giù e ripulisce di nuovo l’interno, e così via, fino a che non è soddisfatto. Pazienza dentro, ma fuori sono sempre a bagno … E mica tutti e due in un colpo solo, almeno all’interno … No, dentro e fuori, un pezzetto alla volta. Insondabili decisioni!

 

Aldo, con il permesso di tutti, ha invitato il suo amico Daniele, che vive a Roma. Ceniamo dunque a bordo (pasta alla carbonara), con il pane fresco che porta questo amico, e vino anch’esso importato da Roma per l’occasione. I cracker rimangono nello stipetto. Poi gelato e caffè al bar locale. Facciamo la corte ad una cameriera molto carina, salutiamo Daniele che se ne torna a Roma (appuntamento eventuale sulla via del ritorno) e andiamo a dormire.

Mar. 16 set. Riva di Traiano – Marina di Nettuno

Partiamo alle 9, senza poter fare acqua, perché stamattina non viene. Prima di uscire facciamo gasolio al distributore. Al tipo chiediamo anche l’acqua, che non c’era in banchina. “Come no?!”, e ci allunga la manichetta. L’acqua non viene. Il filosofo romano ci informa allora che non viene nemmeno da lui, evidentemente per qualche ragione.

 

Giornata splendida senza un filo di vento. Si smotora fino a Nettuno, dove arriviamo alle 19 circa.

 

Proviamo comunque ad aprire il fiocco, che ha dato segni di malfunzionamento, mentre ieri ne regolavamo l’apertura in relazione al vento. Il fiocco di questa barca è l’unica cosa che abbia tre palle. Queste palle vengono tirate fuori tutte o in parte a seconda della forza del vento. Anche noi abbiamo alcune palle, ma non le tiriamo fuori perché ormai non interessano più nessuno, nemmeno il vento. La manovra continua delle palle evidenzia una strana durezza del rollafiocco ed un chiaro rigonfiamento delle nostre. Decidiamo che quanto prima bisogna fare un controllo in testa d’albero.

 

Intanto si decidono anche le cose da fare assolutamente per andare alle Baleari, l’anno prossimo, passando da Stintino, che è più corta da fare (in realtà Luciano caldeggia Stintino perché eviterebbe il traghetto e si farebbe accompagnare in auto dalla moglie).

 

Quelli del marina ci lasciano nell’avamporto, perché dentro è tutto occupato. Il molo è fornito di acqua e corrente, ma bisogna dar fondo all’ancora e, peggio, è molto alto e, peggio ancora, come noto, le roulotte non hanno passerella.

 

Francesco si lamenta e brontola come non mai e comincia a rivedere il concetto che sono meglio i marina “pittoreschi”. Meglio i marina moderni. Organizziamo il modo di salire sul molo e scendere in barca, allacciamo acqua e corrente, facciamo acqua, rassettiamo la barca, ci cambiamo ed andiamo a cena.

 

Francesco si rasserena, comincia a vedere Ponza e ad assaporare la vittoria. Si allarga anche, come dicono a Roma, e comincia a vedere Ventotene, poi Ischia, poi Capri, poi Stromboli e le Eolie. Prima che veda la Madonna lo stoppiamo. Francesco è talmente contento che …

Mer. 17 set. Marina di Nettuno – Ponza

… alle 6 del mattino, dopo l’ennesima passeggiata in bagno per la pipì e bere poi la stessa quantità d’acqua che ha appena eliminato, poiché la bottiglia è vuota, decide di accartocciarla, come si fa in genere per buttarla, mentre dormiamo. “Cra Cra Cra !!!” in piena notte. “Lo buttiamo in mare?”

 

Prima di partire, facciamo colazione e viveri freschi. La fruttivendola ha anche le melanzane violacee tipo Capri. Aldo ne compra due per farle grigliate. Francesco paga 35 € per la sosta in avamporto e torna a lamentarsi. Non ci verrà più.

 

Abbandoniamo la costa e puntiamo verso l’isola agognata da anni, che già si vede, dopo la grecalata dei giorni scorsi. Quasi tutto motore con poco venticello e sole in quantità. Aldo prepara il pranzettino, pasta ai 4 formaggi e le melanzane come verdura, sperando che durino almeno per due volte. Invece quattro ore in cucina e finiscono tutte, insieme all’ennesima bottiglia di vino. Ad ogni pasto, parte una bottiglia. Luciano meno di un bicchiere, Francesco solo un quarto (dice lui). Aldo il rimanente, perché non sappiamo come conservare il vino aperto, ed il vino aperto porta sfiga.

 

Alle 17 diamo l’ancora a Chiaia di Luna. In effetti è tutto bello, sole, mare, barche, spiaggia e passerotte. Tutti in acqua, al limite delle boette che vietano di andare oltre. Ma Francesco vuole andare anche in spiaggia, si mette dunque il giubbetto salvagente e si avvia con Aldo come rimorchiatore di scorta. Luciano viene incaricato di fare le foto al nostro eroe, una volta arrivato sulla battigia. Questa volta il sole è di fronte. Si accorgono tutti che i due navigatori stanno andando in spiaggia, perché entriamo nella parte vietata (vietata perché la costa altissima e verticale, fatta di cenere e massi bianchi, ogni tanto crolla ed è proibito stare o transitare sotto e nelle vicinanze). Infatti un vigile che sta li apposta, ci fischia ripetutamente ed imperiosamente. Gli sorridiamo come ebeti e lo tranquillizziamo. Finalmente, aggirata la zona proibita,  tocchiamo e proseguiamo a piedi. Inizia allora una discussione con Luciano, rimasto sulla barca, all’orizzonte, circa le posizioni migliori per le foto, discussione a base di urli tra sordi di una certa età. I locali, a confronto, non sembrano romano-napoletani, ma anglosassoni in chiesa. Naturalmente Aldo, che di Ponza non ne può più, fa da Cicerone e mostra a Francesco la galleria che da sul paese, dall’altra parte, dove andremo ad ormeggiare.

 

Tornati a bordo, salpiamo e dirigiamo per la rada del paese, dove ormeggiamo ad un pontile galleggiante vicino al centro. Sono le 18 e 30 circa. Solita routine e poi ci prepariamo alla visita in testa d’albero. Abbiamo tempo ed è meglio non rimandare oltre.

 

Inizia la discussione su chi va e come, quale drizza, quale di riserva, dove farla passare, quale verricello, etc. La roulotte si dimostra un pochino limitata anche per queste cose: “sarà mica una barca!!!”. Comunque sale Luciano, con Aldo ad uno dei verricelli del fiocco e Francesco che mantiene tesata la cima di riserva (leggasi la cordetta che funge da amantiglio). Aldo è un pochino invecchiato e Luciano è un pochino ingrassato e … pesa, ammazza se pesa. Arrivato in cima, constata che il tubo del rollafiocco non ha più il cuscinetto in teflon che gli permette di ruotare centrato sullo strallo. Evidentemente non ha retto al vento dei due giorni passati. Amen. Funziona lo stesso e si vedrà a Fiumaretta.

 

Luciano scende sano e salvo e andiamo a fare una passeggiata con aperitivo. Una mora formato VODAFONE attrae la nostra attenzione, ma ci considera poco, anche perché passa mezz’ora col telefonino incollato all’orecchio, mentre passeggia qua e là. Si decide di non mangiare fuori e di rimandare il ristorante a Ventotene, domani sera. Una buona minestra, pomodori, insalata, mozzarella, salumi e vino salvano la situazione. Dopo passeggiata e gelato.

 

Quando andiamo a dormire, arriva un traghettino che rimane con i generatori in moto tutta la notte; inoltre c’è la consueta invitabile risacchina dentro Ponza. Come al solito, Francesco torna a valutare se siano meglio i marina moderni oppure i porticcioli pittoreschi. Non riesce ancora a trovare una felice combinazione dei due tipi. Quindi rompe.

Gio. 18 set. Ponza - Ventotene

Colazione, spesa di cose fresche, Francesco paga 50 € per la sosta comprensiva di motori in moto e risacca, ma non ci bada molto, è felice perché sta per superare le Colonne di Ercole.

 

Partiamo alle 9 e 20, tempo sempre splendido, guardiamo sfilare sulla dritta lo scoglio della Botte, qualche delfino decide di giocare con noi ed alle 13 e 30 entriamo nell’antichissimo Porto Romano.

 

Facile dirla così. In realtà: “Guarda come è stretto l’ingresso!”, “Si vedono il fondo e le rocce!”; Francesco, al timone, non la smette di lagnarsi e preoccuparsi. Va avanti pianissimo, quasi indietro, in un mare che pare una piscina blù. Recalcitra, sembra un mulo. “Hai letto il portolano? Hai visto la carta? Lo vedi che è tutto molto più grande della darsena? Lo vedi che dentro ci sono barche tre volte la tua? Che diranno in darsena, se non entri?”. Niente. Solo la minaccia di un ammutinamento e forse il pensiero di dover render conto in darsena, lo convincono ad entrare.

 

Ci ormeggiamo di prua, per via di uno scalino di roccia levigata che c’è sott’acqua, oltre un buon metro più giù, e che si protende per circa due metri. Nasce allora la paura che, andando con la prua molto vicino al molo, per scendere più facilmente, la pinna sbatta contro lo scalino e la prua, sotto, si appoggi sullo scalino. Per non sentir più le ansie di Francesco, che conducono tutte al disastro stile Titanic, Aldo fa il solito bagnetto e riporta la situazione: anche se la barca andasse a sbattere in banchina con la prua, avrebbe comunque almeno mezzo metro d’acqua sotto la medesima e la pinna rimarrebbe comunque oltre mezzo metro lontana dallo scalino. Il mulo accetta ma non è convinto e non finisce lì. Infatti tira fuori la storia che la sua pinna inizia più avanti dell’albero e che il suo timone, come quello della roulotte di Enrico (una scatola uguale, pantografata sui 14 mt.) è più lungo della pinna e relativo bulbo. Pazientemente gli spieghiamo che sono tutte “fhiiiiiììì!” (fischio della regia). Niente. Parte la scommessa, che ovviamente perderà ad Ischia, quando sott’acqua vedrà finalmente, con i suoi occhiucci e le sue gocce, come è fatta la sua barchétta. Per l’intanto ci stufiamo, lo mandiamo a “fhiiiiiììì!” (altro fischio della regia), e ci sediamo ad un barétto lì vicino, per una birrétta.

 

Siamo capitati sull’isola nel pieno della preparazione dei festeggiamenti per Santa Candida, protettrice di Ventotene e del relativo paese. Francesco, inesauribile e incontenibile, abbandona i problemi esistenziali e le visioni catastrofiche del futuro, e ricomincia con le foto ricordo. Du’ palle mostruose! Lo minacciamo che se non rallenta un po’, domani lo legheremo, imbavagliato, all’albero, quasi novello Ulisse con, al posto delle sirene, una cuffietta della radio a tutto volume.

 

Decidiamo che non ci occorrono acqua e corrente, ed allora si parte per una passeggiata esplorativa dei dintorni. Scopriamo così un sacco di vestigia romane e mentre facciamo un bel bagnetto in acque assolutamente trasparenti, cominciamo a fare ipotesi sui muri, le buche e le vasche che incontriamo, sopra e sotto l’acqua, come gli archeologi. Il libretto che narra la storia di Ventotene e  della vicina Santo Stefano lo compriamo naturalmente solo la mattina dopo, prima di partire, come argutamente osserva Francesco.

 

Andiamo a cena da Benito, nostalgico della Marina Militare del periodo del fascio, conosciuto ad un baretto del porticciolo. Prima però ci mischiamo alla folla che gremisce, su in alto, la piazzetta della Chiesa, da cui parte la mongolfiera (grande, di carta e colla, tutta pitturata) che da il via alla processione ed ai festeggiamenti per la ricorrenza. Mangiamo zuppa di lenticchie di Ventotene e sarago alla griglia. Niente male. Aldo osserva che anziché dimagrire ingrassiamo e che una vita così non è da marinai, e nemmeno da diportisti. Nessun commento. Ci metteremo a dieta al rientro.

Ven. 19 set. Ventotene – Ischia - Procida

Francesco stamattina si è rappacificato con i porticcioli pittoreschi, perché la barca non si è mossa di un millimetro tutta la notte (che si sia appoggiata sullo scalino?)

 

Un po’ di spesa, il famoso libretto e via, con qualche rimpianto perché sarebbe valsa la pena rimanere ancora. Obblighiamo Francesco a leggere la storia di Ventotene e poi lo interroghiamo. All’ennesimo casino sui nomi (Augusto, Giulia, Agrippina etc.) e sulla cronologia degli eventi, tipo “Beautiful”, gli diamo 2 meno meno e lo rimandiamo a posto.

 

Alle 13 circa siamo all’ancora tra Punta Cornacchia e Punta Vivo, a Nord di Ischia. Mentre andavamo, sembrava di essere in autostrada. Barche di ogni tipo e dimensione avevano la prua verso Ventotene e facevamo a nasate. Forse è stato meglio andarsene.

 

Bagnetto e, indovinate? Pranzetto. Poi via verso Casamicciola. Siccome è presto e Casamicciola dovrebbe rimanere ancora lì, decidiamo di esplorare Procida. Per la verità decide Francesco, perché ad Aldo e Luciano non gliene può fregare di meno, come del resto di Ischia. Aldo, che anche lui è figlio di buona donna, comincia da Sud, con Chiaiolella, un piccolo gioiellino di porticciolo, sperando che Francesco abbocchi e decida di rimanere dentro, anziché continuare e poi tornare ad Ischia. Francesco abbocca ed è cosa fatta. Annulliamo via radio la prenotazione di Casamicciola e ci fermiamo a ChiaoMicciola, così ribattezzata da Francesco, che confonde e storpia tutti i nomi.

 

In realtà, poiché il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi, Francesco comincia a lamentarsi che lui vuol vedere Procida, perché si ricorda da giovane che era diversa, e che gli piacerebbe rivederla, e via così a menarla. Ci dicono di un servizio con pulmino, ogni 10 minuti, con la capitale dell’isola, e quindi andiamo a Procida, esattamente dalla parte opposta. Il viaggio in pulmino è di quelli che fanno partorire anche chi non è incinto, in mezzo a stradine strette senza marciapiedi, con gradini, portoni, cancelli e persiane tutti rasati e lucidati dai pulmini che vanno e vengono. I pedoni hanno tutti le maniche lise. A Procida ci vivono solo quelli veloci ed agili. Gli altri emigrano e cambiano isola, se riescono a salire su un traghetto.

 

Arriviamo salvi, anche se un po’ umidi sotto le braghe, al porto. Ci fiondiamo nella prima pescheria delle tante (Luciano no perché non ama il pesce) e organizziamo per la cena ed il pranzetto di domani. Poi aperitivo e rientro, senza aver avuto il tempo di asciugarci. Sia in pescheria, dove Francesco, guardando dei gamberoni freschi meravigliosi, esordisce chiedendo in “lumbard” della bassa se sono cicale (gli astanti inorridiscono e svengono), sia in pulmino, il nostro instaura conversazioni senza fine su Bossi e affini, e sulle meraviglie della Padania, naturalmente rimpolpate ove occorre da Aldo e Luciano, che si godono la cosa.

 

Cenetta a bordo a base di pesce (minestra per Luciano) e decisione irrevocabile per l’indomani: inizia il rientro. Aldo, che riceve ogni mattina dalla centrale le previsioni meteo, sa che Martedì, tra 4 giorni, arriva il libeccio ed una perturbazione in Mar Ligure ed Alto Tirreno, e che vale la pena approfittarne per rientrare più velocemente. Tace però sulla possibile forza della perturbazione. Affare fatto, sia pure a malincuore, anche perché tutti, tranne Francesco, devono tornare per precedenti impegni.

 

Gelato e liquorini ad un bar del paesetto e poi a dormire.

Sab. 20 set. Procida – San Felice Circeo

Lasciamo Chiaiolella alle 8 e 30 e dirigiamo per fare gasolio a Marina d’Ischia, a poche miglia. Quindi dritti al Circeo. Aldo telefona per prenotare, ma non c’è posto. Tuttavia la gentile signorina suggerisce di provare comunque, una volta arrivati, essendo Sabato. Affermiamo solennemente, come al solito, che se non troveremo posto, staremo alla fonda e comunque non mangeremo fuori.

 

Infatti, dopo una traversata rilassante, con poco vento, sole e qualche pesce perso alla traina, perché nessuno guarda le lenze (forse le guarda solo Luciano, che però sta zitto per timore che peschiamo anche un solo pesce), arriviamo a ridosso dell’imboccatura alle 18 e 30 e ci danno il posto.

 

Infatti alle 20 siamo a tavola, in un ristorante che da sul mare, dopo il classico pranzetto in navigazione, che ha visto, come piatto forte,  spaghettini alla rana pescatrice. A proposito degli spaghetti, come sopra accennato, Francesco li vuole spezzati a metà. Sono nate discussioni infinite in merito, condite di leggende varie sui barbari padani. Aldo però, da tempo si è  scocciato, e mette in tavola spaghetti interi. Francesco non è ancora morto, forse nemmeno se ne è accorto.

 

Gelato, caffè e liquorini a seguire.

Dom. 21 set. San Felice Circeo – Porto di Roma

Dopo i classici riti mattinali, fatti anche di reiterati tentativi al bagno o di fughe improvvise mentre siamo a colazione al bar, partiamo.

 

Questo è anche il giorno fatidico dell’ugola allungata di Francesco.

 

Sin dalla partenza Francesco monta sulla timoneria un GPS portatile, che deve imparare ad usare. Aldo non ne ha voglia e non vuole rimanere coinvolto. Luciano ci casca, iniziando così un calvario sull’inserimento dei WPs e su altre funzioni. Il GPS è notoriamente stupido come tutti i computer, e se fornisce dati sballati, ha torto chi ce li mette. La procedura in questione è stata ripassata mille volte, naturalmente con livelli di voce adatti ai sordi di mezza età, ma ancora non è chiara. Poiché Luciano rimprovera Francesco di non leggere e di non fare mente locale, stamattina ci accorgiamo che l’apparecchietto, introvabile, è rimasto in bagno. Francesco aveva deciso di studiarlo durante una delle sedute.

 

Continua il bel tempo ed il sole. Aldo telefona a Daniele per confermargli che saremo a Roma verso le 18, e che andremo a mangiare fuori. Daniele ci informa che davanti ad Ostia ci sarà, in mattinata,  la classica manifestazione delle Frecce Tricolori. A noi va bene, tanto arriviamo di sera.

 

Difatti, arrivando da Sud, vediamo tantissimi alberi e barche, come se ci fosse un porto in mezzo al mare. Inoltre un Jumbo fa delle manovre pazzesche a bassissima quota, cha stia per cadere? Mentre ci chiediamo il motivo, 3 aerei a decollo verticale, della Marina, ci danno la sveglia con un rombo allucinante anche per noi sordi. Inizia la manifestazione. Naturalmente siamo lenti di comprendonio, continuiamo a risalire lungo costa ed ecco che un mezzo veloce della Finanza ci ferma, lampeggiando e sirenando. Capiamo, dirottiamo e ci mischiamo in mezzo ad una vera e propria flotta. Devono rientrare tutti nel Porto di Roma? Speriamo di no. Ci ormeggeremo a notte fonda. Vedremo.

 

Lo spettacolo è superbo come al solito. La macchinetta fotografica digitale di Luciano, che è automatica, è anche un po’ stronzetta, perché si spegne esattamente quando gli aerei ci sorvolano a bassa quota e si accende quando sono nella stratosfera. Il mondo fantozziano funziona così.

 

Alla fine, per fortuna, il grosso delle barche dirige per Fiumicino ed il Tevere, 2 mg. circa più a Nord, e così, dopo breve attesa, arriva il nostro turno di entrare nel marina. Ci ormeggiamo senza difficoltà, avvisando il ragazzotto addetto che domattina ce ne andiamo presto e che vogliamo pagare questa sera. Ci dice di non preoccuparci, ci pensa lui. Sparisce e non lo vediamo più.

 

Il Porto di Roma è molto grande, con una bella passeggiata piena di negozi, bar, pizzerie e ristoranti. C’è una folla incredibile, richiamata dalla manifestazione delle Frecce, e tante femmine bellissime e procaci. Francesco parte in esplorazione, mentre Daniele e consorte ci informano che arriveranno con mezz’ora di ritardo, per via di imbottigliamenti vari. Quando Francesco ritorna, propone di mandare Daniele a pascolare e di invitare a cena tre tipe niente male con cui ha fatto conoscenza. Ha scelto anche la lei, quella tutta trasparente. Quella non si tocca. Per noi due la rimanenza. Non gli diamo retta, perché prima vedere e poi comprare. Intanto arriva Daniele. Suggerisce di non andare a mangiare il pesce a Fiumicino, come speravamo, troppo casino, e così mangiamo in un ristorante del porto, dove fanno solo bistecche alla brace e simili. Niente pesce. In compenso c’è anche il sommelier. Speriamo bene! Daniele viene incaricato di scegliere il vino. Studia con cura la lista. Il tempo passa. Aldo da manifesti segni di inquietudine. Il sommelier parte e torna dopo un’ora con la bottiglia. Iniziano le cerimonie di rito, il cavatappi, l’odore del tappo, il goccino da assaggiare, la discussione sul retrogusto, Francesco spara che ha iniziato o deve iniziare un corso di sommelier, etc. Tutti seriosi e compassati tranne Aldo, che non ne può più, strappa la bottiglia dalle mani del poverino e finalmente riesce a bere.

 

Francesco ha continuamente ricordato ad Aldo di non usare pepe nelle pietanze, per via di potenziali bruciori in un posto sensibile, di usarne solo un pochino. Alcuni giorni fa, la tabella di cui già detto aveva dovuto registrare, tra l’altro, un po’ di bruciore. Bene. Cosa ordina Francesco, sulla scia di Aldo e Daniele? Cosa ordina, secondo voi, come primo? Ma certo, spaghetti cacio e pepe! Si, avete capito bene, formaggio pecorino e pepe. Luciano e Daniele bloccano Aldo, che vuole ammazzare Francesco con il coltello da bistecca. Valeria e Francesco non se ne accorgono. Dopo, per prendere il gelato, dobbiamo andare in macchina ad Ostia, in centro, perché tutti stanno chiudendo.

 

Bella serata anche questa. Ci abbracciamo e torniamo a bordo.

Lun. 22 Mar 23 set. Porto di Roma – Civitavecchia - Fiumaretta

Sveglia alle 6 e molliamo alle 7 per essere sicuramente a Civitavecchia entro le 13, perché Luciano sbarca e deve prendere il traghetto per Olbia.

 

L’impossibilità di fare una passeggiata dopo colazione blocca le normali funzioni fisiologiche di Francesco, che prova invano altre soluzioni, compresa la burrasca che ci attende. Finisce che la farà all’arrivo  a casa, domani sera.

 

Ancora bello, sole ed a mezzogiorno entriamo a Civitavecchia. Nel frattempo, informiamo il Porto di Roma che siamo partiti senza pagare, per i motivi blah, blah. Ci danno le coordinate bancarie (che però non mettiamo nel GPS) e ci ringraziano stupefatti per tanta inaspettata onestà.

 

Un enorme traghetto è ormeggiato proprio dove dobbiamo fare gasolio, ad una banchina di quelle commerciali, alta e lurida come tutti i moli commerciali del mondo. Francesco, chissà perché, anche in questo caso accetta molto a malincuore la realtà. Lo sproniamo, lo convinciamo, ed alla fine si ormeggia a ridosso della nave, mentre Aldo tiene scostata la barca col mezzo marinaio. Luciano sale sul molo e gli passiamo il bagaglio dopo il rifornimento. Urla di commiato e via, verso Fiumaretta e la gloria.

 

Alle 20 (ormai è buio) siamo vicino alle Formiche di Grosseto. Per cenare aspettiamo un’oretta, che siano sfilate tutte sulla sinistra. Il libeccio comincia, sui 10, 12 nodi, e si cammina bene con randa e motore quanto basta.

 

Quando è pronto, rallentiamo l’andatura e ci gustiamo una meravigliosa crema ai funghi porcini, di quelle in busta, liofilizzate, e vino rosso (Luciano non ama i funghi, ma tanto è sbarcato). Poi si riparte. Cielo sereno e stellato. Si intravede già, a prua,  il faro di Palmaiola. Francesco vuole turni brevi e va a riposare, Aldo lo rassicura. Dopo un’oretta sale in coperta. Aldo gli raccomanda di evitare Cerboli, che non ha luci, ed è prima di Palmaiola, e va a sdraiarsi.

 

A mezzanotte siamo praticamente nel Canale di Piombino. Il libeccio è già sui 15 nodi, apparenti 5, 6. Vento e maretta ci spingono bene. Va a dormire Francesco.

 

Alle 1 e 30 circa, verso Nord inizia a lampeggiare di brutto, e compare ogni volta una specie di muraglia nera, alta circa 20, 25 gradi sull’orizzonte. Le stelle continuano a splendere dappertutto, tranne verso la muraglia. Il vento cresce piano piano e Aldo decide di puntare verso la Gorgona, piuttosto che verso i bassi fondali di Livorno e della Meloria. In questo modo si allunga, ma il vento rimane al giardinetto di SN, ed è lecito attendersi un mare formato ma non incasinato. Inoltre la Gorgona dovrebbe rimanere fuori dalla burrasca in corso sulle coste liguri e livornesi, che dovrebbe esaurirsi, speriamo, prima di arrivare in zona.

 

Alle 3 viene su Francesco e diamo la prima mano di terzaroli. Aldo va a riposare.

 

Alle 7, al traverso della Gorgona, comincia a fare luce e la roulotte accenna finalmente a surfare.

 

Alle 8 il quadro è chiaro, cioè fosco. Sottovento e verso Nord, fin dove si arriva a vedere, mare e costa sono fusi in un grigiore scuro, pieno di lampi e piovaschi tipo cascate. Poggiamo verso Montemarcello, tenendoci così ad una decina di gradi sopravento rispetto a Fiumaretta, togliamo il pilota automatico e ci divertiamo a ricercare le planatine. Per noi è sempre sereno, ed anzi appare il sole, quando finalmente sale sopra la muraglia. Il vento ora non cresce più e rimane abbastanza stabile, sui 20, 22 nodi di media, apparente dai 10 ai 16, a seconda che Euforia parta in planata o rallenti nel cavo delle onde.

 

Francesco è fatto così. Prima prepara un buon caffè (siamo già al terzo), poi riprova invano con la popò, poi passa l’aspirapolvere, perché sono rimaste alcune bricioline della cena di ieri sera e dei biscottini di stamattina (le pellicine però non ci sono, perché Aldo, col tempo così brutto, indossa le scarpe).

 

Ormai accertiamo due cose, la roulotte surfa spesso sopra gli 8 nodi (continuando così forse siamo dentro alle 13 e 30, 14, anziché alle 7 di sera, come avevamo stimato ieri mattina), la burrasca in corso non passa e ce la beccheremo anche noi, prima di arrivare. Aldo viene sfiorato anche da qualche rimorsino, per aver taciuto che la perturbazione sarebbe stata un po’ pesante.

 

Alle 11 decidiamo che non è il caso di rischiare, perché cominciamo ad essere circondati da grosse isole temporalesche e continua a lampeggiare da matti. Mettiamo la seconda mano ed il tendalino. L’acqua arriva all’improvviso come una cascata. Lava tutto come se fosse una spingarda per fare carena. Il mare è livido come piombo fuso (oppure come nei romanzi, il colore è uguale). Francesco è contento, così non deve lavare la barca e le vele all’arrivo.

 

Aldo esprime alcune preoccupazioni. la prima è se sia il caso di entrare nel fiume, perché evidentemente ci sono alluvioni già in corso e forse è meglio andare dietro la diga della Spezia (corrente, tronchi, etc.). La seconda riguarda l’andazzo in corso, sicuramente procreatore di trombe marine. La terza, la più pericolosa, relativa ai fulmini, che continuano a saettare e rimbombare da tutte le parti.

 

Finalmente riprendiamo la linea con i cellulari. Dalla darsena ci informano che il fiume è normale e che il tempo non è cattivo. Dal magazzino Virgilio ci informa che non c’è molto mare e che il peggio è passato. Luciano ci chiede  come va da Palau. Pensiamo che gli rimorda la coscienza per averci abbandonati (ammesso che ne abbia una). Noi siamo immersi in un paesaggio dantesco e sbottiamo a ridere come matti. Però dopo Francesco ci ripensa e chiede se non sia il caso di dirigere dentro La Spezia, che pare più sicura. Certo è che a terra, a ridosso delle Apuane, e fino al mare, sta menando veramente male.

 

Intanto un fulmine scocca ad una distanza quasi vicinanza, e solleva una nube di acqua e vapore color giallo - verdastro, bella alta e grossa, che evoca immagini infernali. Ci aspettiamo di sentire il puzzo di strinato dei peli dei dannati.

 

Verso le 12 appare Montemarcello tra i piovaschi, il vento raffica in direzione e velocità come gli pare e spunta di poppa, forse a 2 o 3 mg., alle spalle di Francesco, una robusta ed alta tromba marina, condita dai soliti lampi e piovaschi, che cazzeggia qua e là.

 

La solita sfiga. Avrebbe potuto essere la foto dell’anno, da premio Pulitzer, buona per una gigantografia da appendere in darsena, con tanto di didascalia: “Francesco Ferioli, il Navigatore, Euforico, al timone di Euforia, durante una delle sue memorabili imprese”. e invece no, la macchinetta è a Palau. E pensare che sarebbe bastata una qualunque, tanto i lampi ci sono già.

 

Alle 14, stessa ora di quando siamo partiti, entriamo in un fiume gonfio e giallo come quello dei Cinesi. Non ci sono rischi ad attraversare, di sicuro non tocchiamo. In compenso l’Armatore decreta che non si può usare il WC, perché le valvole si intaserebbero con gli aghi di pino. Decreta inoltre che bisogna festeggiare. Ormeggiamo di corsa e comincia la ricerca, in macchina, così come siamo, di un ristorante aperto e non allagato, da Bocca di Magra fino a Marina. Sono le 15 ormai, e solo il Disma ci accetta. Ordiniamo il meglio (ovviamente a base di pesce), proprio quando Paola informa Aldo che stasera si andrà tutti fuori per festeggiare Doriana (la di loro figliol prodiga). E’ sempre così, fai la fame per mesi, un po’ la dieta, un po’ la pensione, e poi ti devi abboffare come un pitto in un attimo.

 

Alle 16, gonfi, assonnati e traballanti, rientriamo a bordo, rassettiamo tutto e mentre Francesco, ormai più alto di Aldo, inizia il racconto delle nostre gesta con chi gli capita a tiro, Aldo si sdraia in cuccetta, sognando i ravioli di pesce ed il frittino di paranza appena mangiati, lievemente preoccupato della cena, fra tre, quattr’ore al massimo.

Conclusioni

Abbiamo raccontato anche questa, e non è poco.

 

La barchetta, ad onta dell’equipaggio, si è comportata bene, confermando che le barche sono sempre mediamente più intelligenti di quelli che ci vanno sopra.

 

Pare che, per premio, l’anno prossimo la porteremo alle Baleari, scegliendo una burrasca favorevole da NE, però senza fulmini e trombe, se possibile. Vedremo.

 

In 11 giorni abbiamo fatto 678 miglia circa , alla media di 61 mg. al giorno, approdando in 12 località diverse ed in 8 ristoranti diversi. Francesco ha battuto tutti i suoi record personali, anche quello di navigazione più lunga senza soste (circa 200 mg, in 31 ore, alla media di 6.6 nodi, anche più, se togliamo la sosta di almeno 45 minuti a Civitavecchia). Si è tolto inoltre molte soddisfazioni e forse anche qualche fissa e preconcetto sul modo di vivere la barca, navigare e girare. Tutti, una volta di più, abbiamo imparato che non è la dimensione della barca che conta, ma la voglia di andarci (euri a parte).

 

Abbiamo avuto anche qualche strigliata, cosicché siamo giustificati se diciamo che talora abbiamo fatto anche dello yachting serio, anziché la solita e sola gita mangereccia da rincoglioniti.

 

Complimenti e grazie all’Armatore, che ci ha offerto una bella vacanza e che ha speso molto, smentendo con i fatti alcune dicerie di banchina sullo stato delle sue mani, si presumeva un po’ rattrappite dallo scarso esercizio, prima della partenza.

 

E, per finire, beccatevi (mica solo noi, anche voi) il reportage fotografico. Ciao.


 

LA TESTIMONIANZA FOTOGRAFICA

 

(Starring: Francesco – Fotografia: Luciano – Montaggio: Aldo)